Davanti alla plenaria del Parlamento europeo di Strasburgo, Ursula von der Leyen ha scelto di ripartire dal conflitto in corso in Medio Oriente, confermando una linea che negli ultimi giorni ha già provocato frizioni anche ai vertici dell’Unione.
Nel suo intervento dell’11 marzo, la presidente della Commissione ha attaccato frontalmente il regime iraniano, sostenendo che per decenni l’ayatollah Alì Khamenei – deceduto lo scorso 28 febbraio in raid israeliano – ha governato “attraverso la repressione, la violenza e la paura” e che sotto il suo governo gli iraniani hanno vissuto in un sistema che ha “messo a tacere il dissenso e soffocato le libertà fondamentali”. Ha quindi insistito sul fatto che “non si dovrebbero versare lacrime per un simile regime”, aggiungendo che molti iraniani hanno celebrato la sua caduta e sperano che questo momento possa aprire la strada “verso un Iran libero”. Secondo von der Leyen, è questo che il popolo iraniano merita: “libertà, dignità e il diritto di decidere del proprio futuro”.
Von der Leyen non ha fatto riferimento alla responsabilità di Stati Uniti e Israele nell’aver acceso con l’operazione iniziata lo scorso 28 febbraio, osservando che l’Unione è stata fondata “come progetto di pace” e che “il nostro incrollabile impegno per il perseguimento della pace, per i principi della Carta delle Nazioni Unite e per il diritto internazionale è oggi centrale tanto quanto lo era al momento della nostra creazione. E sosterremo sempre questi principi”.
Questa impostazione era già emersa con chiarezza il 9 marzo a Bruxelles, nel discorso pronunciato alla conferenza annuale degli ambasciatori dell’UE. In quell’occasione von der Leyen aveva detto che “l’Europa non può più essere la custode del vecchio ordine mondiale”, spiegando che quel vecchio assetto “è scomparso” e “non tornerà”, lanciando un invito a non fermarsi al dibattito se “il conflitto in Iran sia una guerra scelta o una guerra di necessità”,
Anche in quel discorso, però, non era arrivata una critica diretta agli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, un’assenza che aveva immediatamente alimentato polemiche e interrogativi.
Questo approccio contrasta con quello espresso il 10 marzo dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa. Intervenendo sempre alla conferenza degli ambasciatori UE, l’ex premier portoghese ha infatti marcato una distanza netta, affermando che “le violazioni del diritto internazionale non devono essere tollerate”.
Nel discorso di Strasburgo, von der Leyen ha poi spostato l’attenzione sulle conseguenze immediate del conflitto per l’Europa, soprattutto sul piano energetico. Ha osservato che “stiamo già vedendo l’impatto della situazione in Medio Oriente sull’energia” e che, nonostante i progressi compiuti dall’Unione nella diversificazione, i mercati energetici restano globali e vulnerabili agli shock. “Dall’inizio del conflitto – ha osservato la presidente dell’esecutivo UE – i prezzi del gas sono aumentati del 50% e quelli del petrolio del 27%”, con la conseguenza che “dieci giorni di guerra sono già costati ai contribuenti europei altri 3 miliardi di euro in importazioni di combustibili fossili”. Per la presidente, “questo è il prezzo della nostra dipendenza”.
Von der Leyen ha poi insistito sulla necessità di coniugare rinnovabili e nucleare. Come già affermato il 10 marzo, intervenendo al secondo vertice mondiale sull’energia nucleare organizzato dalla Francia e dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), anche al Parlamento UE, ha sottolineato che l’UE dispone di “fonti energetiche interne: le energie rinnovabili e il nucleare”, i cui prezzi “sono rimasti invariati negli ultimi 10 giorni”.
Von der Leyen nel mirino
La posizione di von der Leyen ha suscito una raffica di critiche, sia dentro il Parlamento europeo sia fuori dall’emiciclo di Strasburgo. Da Madrid, la ministra della Difesa Margarita Robles ha attaccato direttamente la presidente della Commissione, sostenendo che “si sbaglia proprio se pensa che possiamo accettare un nuovo ordine internazionale” senza rispettare le regole e un ordine in cui “vige la legge del più forte”. Robles ha ribadito che la Spagna e l’Europa “staranno sempre con l’ordinamento internazionale, con i valori di sicurezza, di pace e di democrazia”.
All’attacco è tornato anche l’ex Alto rappresentante Josep Borrell. “Il diritto internazionale, che include il divieto di ricorrere alla forza per risolvere le controversie internazionali, è parte integrante e vincolante dei Trattati dell’Unione europea. La sua ‘scadenza’ non può essere decretata da nessuno con un discorso”, ha scritto il politico socialista spagnolo su X, aggiungendo che “ogni istituzione dell’Ue deve operare nel rispetto delle proprie competenze”.
In aula, diversi esponenti dei gruppi europeisti hanno usato toni duri contro von der Leyen a partire dalla presidente dell’Alleanza dei socialisti e democratici (S&D), Iratxe Garcia Perez. “Una cosa è non piangere per il regime, un’altra è rimanere in silenzio di fronte alla morte di innocenti”, ha affermato Perez, secondo la responsabilità di von der Leyen “non è dichiarare obsoleto l’ordine internazionale, ma difenderlo, esigere il rispetto delle regole e opporsi agli autocrati con azioni concrete”.
L’eurodeputata del PD, Lucia Annunziata, ha accusato la presidente della Commissione di non aver indicato alcuna vera via diplomatica. “La stessa presidente Ursula von der Leyen ha affermato che dobbiamo fare ogni cosa possibile per fermare il conflitto. Ma qual è la proposta concreta? Come si realizza questa de-escalation? Come si ottiene? Su questo non abbiamo ricevuto risposte”, ha detto l’eurodeputata del PD.
Annunziata ha poi sollevato il nodo più sensibile sul piano giuridico: “La presidente von der Leyen ha parlato di questo conflitto come di qualcosa dalle ‘conseguenze non volute’. Ma resta una domanda fondamentale: l’intervento degli Stati Uniti non ha forse violato il diritto internazionale? Anche su questo punto non abbiamo ricevuto chiarimenti”.
Duro anche l’intervento di Valérie Hayer, capogruppo di Renew Europe, che ha respinto l’idea di un’Europa schiacciata sulle scelte di Washington. “Mi rifiuto di essere un subappaltatore degli Stati Uniti. E lo dirò chiaramente: l’Europa deve esigere rispetto. Deve riaffermare il suo impegno nei confronti del diritto internazionale”, ha dichiarato. Hayer ha poi avvertito che l’Unione non può limitarsi “a gestire ciò che il presidente degli Usa Donald Trump è disposto a lasciarci”, ponendo una domanda politica destinata a pesare nel dibattito europeo: “cosa è nel nostro interesse? La legge del più forte o le regole comunemente stabilite che garantiscono i nostri interessi?”.
Dal fronte ecologista, Terry Reintke, co-presidente del gruppo dei Verdi, ha spostato l’accento anche sulle conseguenze economiche e sociali del conflitto, osservando che l’Europa è ancora “troppo dipendente” da petrolio e gas e che “quando Donald Trump inizia un’altra guerra, a pagarne il prezzo sono i cittadini europei”. Rivolta direttamente a von der Leyen, la copresidente dei Verdi ha rivendicato la necessità di restare sulla strada della transizione: “ci stavamo lavorando, se mi ricordo bene si chiamava Green Deal. E’ la rotta sulla quale l’Ue deve restare”.
Ancora più violento l’attacco arrivato dalla sinistra radicale di The Left. In aula, Manon Aubry ha denunciato che “la guerra condotta dagli Stati Uniti e da Israele in Iran e Libano è completamente illegale secondo il diritto internazionale” e ha aggiunto: “Nessuno piangerà l’Ayatollah Khamenei, ma chi crede seriamente che la democrazia possa essere ristabilita con le bombe?”. Poi l’affondo diretto alla presidente della Commissione: “Se ama così tanto la guerra, signora von der Leyen, mandi i suoi figli a combattere, ma non conti su di noi. Noi diciamo no alla guerra e ai suoi profittatori”.

